Caoria si è da poco ri/scoperta "paese diviso". Recenti indagini etnografiche hanno messo in luce, nella memoria della comunità, un radicato antagonismo (le cui ragioni storiche rimangono tutte da individuare) tra Caoria di dentro e Caoria di fuori. Ma quella divisione sembra fosse economica e politica, ancor prima che sociale e culturale. Il confine fisico della Valsorda, che divide in due il villaggio, fu fin dal XIV secolo (quando ancora il paese non esisteva) limite della proprietà dei conti di Onigo. Il protrarsi per cinque secoli e più del dominio della nobile famiglia trevigiana non può non aver influenzato strategie insediative, di uso delle risorse e, in definitiva, culturali dei caoriotti e degli altri contendenti (giurisdicenti Welsperg, mineralisti, veneziani o tirolesi, boscaioli e malgari). Con buona pace di quanti vorrebbero questi luoghi appartati e privi di storia.

L'AUTORE

GIANFRANCO BETTEGA vive e lavora a Primiero. Si occupa di storia del territorio.

Il 29 settembre 1259 muore prigioniero nel castello di Soncino (presso Milano) Ezzelino da Romano, colui che - votato alla usa dell’impero e seguendo il consiglio di Federico II - "cimava le erbe più alte", ovvero faceva cadere le teste dei nobili più in vista, costruendo di fatto la prima unificazione del Veneto.

Morto il "tiranno", nel giro di pochi mesi, città e nobili si dedicano alla sistematica cancellazione di ogni sua traccia.

Nell’estate del 1260, i trevisani, espugnano il castello di San Zenone dove è si rifugiato Alberico, fratello di Ezzelino, e fanno strage della sua famiglia.

All’eliminazione fisica dei da Romano si accompagna la confisca del loro patrimonio. Già il 16 marzo il nuovo podestà veneziano Marco Badoer ha ordinato la requisizione di tutti i beni appartenuti a Ezzelino.(1)

Nel corso di questa rapida restaurazione anche Giovanni da Onigo rivendica e ottiene la restituzione dei beni che aveva dovuto forzatamente vendere il 10 febbraio 1254 ad Ezzelino mentre era suo prigioniero nel castello di Verona. Ottenne così la propria libertà, ma non quella dei suoi famigliari: madre, moglie e figli non uscirono vivi dal carcere.

Così, il 27 giugno del 1265, dopo 19 anni di prigionia ed esilio, Giovanni si vede riconsegnare il castello di Onigo con la sua corte e pertinenze, servi e ancelle, assieme agli altri possedimenti a Pederobba, Montebelluna e in altri luoghi. Ri/comincia da qui il dominio degli Onigo che si estenderà, per più di sei secoli, sul Pedemonte trevigiano e non solo.

Dopo la morte di Giovanni, la proprietà è suddivisa - il 28 gennaio 1282 - tra i figli Gualpertino ed Enrico che si riservano rispettivamente la parte meridionale e quella settentrionale degli estesi possedimenti.

Ma il 25 aprile del 1303, per saldare certi suoi debiti, Gualpertino è costretto a vendere a Odorico, figlio di Enrico, il castello di Onigo con 85 ettari di terreni nelle vicinanze e anche le propria quota di proprietà in Fossernege et in capitanatus Feltri.(2)

Da dove gli venga la proprietà di Fossernica e da quanto la possegga, non siamo in grado di saperlo. Fu acquisita dopo la divisione della signoria? Apparteneva già a Giovanni? O addirittura al suo avo Valperto da Cavasio che, nel 1197, aveva combattuto e vinto il vescovo di Belluno? Né conosciamo estensione e natura dei possedimenti.(3)

Non deve certo trattarsi di un dominio assoluto e sicuro se il 6 luglio del 1316 i feltrini rubano a Guglielmo, fratello di Odorico e probabilmente suo erede, 500 pecore e 600 libbre di formaggio (circa 310 chilogrammi), picchiando i pastori che si trovano in Fossernica.(4)

Né i feltrini sono gli unici a insidiare la proprietà Onigo se, il 27 aprile del 1478, le comunità di Imer e Canale (allora unite) si contendono con Siror e Transacqua proprio le rendite delle montagne (ossia alpeggi) di Fossernica e Miesna.(5)

Con l’andare del tempo, la proprietà fu comunque riconosciuta e maggiormente rispettata, come testimoniano un atto del 20 luglio 1504 (6) e un riconoscimento ufficiale da parte dell’imperatore Ferdinando del 15 giugno 1523.(7)

Nel 1673, l’estimo della comunità di Canale traccia la prima descrizione dettagliata della proprietà immobiliare nella valle del Vanoi. Ma non vi compaiono né gli Onigo, né le Fossernica. L’elencazione dei proprietari e dei beni inizia proprio da Caoria enumerando terreni ed edifici sia in destra del Vanoi (Svaizera e Valleselle), sia in sinistra, sotto la Valsorda (al piede della Fiamena) dove si descrive Caoria di fuori, con segheria, molino e una quindicina di case e altrettanti tabiàdi.(8)

Questo vuoto descrittivo lascia naturalmente aperte molte questioni: perché gli Onigo non partecipavano alla colta che la comunità pagava all’imperatore?(9) Oppure regolavano la questione in separata sede? Quanti erano allora i loro affittuari? E quali forma e dimensioni insediative aveva Caoria di dentro?. Insomma, l’estimo gira alla larga da Fossernica e da Caoria di dentro, dove qualche edificio doveva pur esistere se ci rimane ancora oggi, sulla casa dei Corona Tèli, un colmo con incisa la data 1673.

L’esistenza in Caoria di affittuari degli Onigo è documentata per la prima volta da un libro delle entrate della famiglia nobile risalente al 1735 e conservato nell’archivio delle Opere Pie di Pederobba. Vi sono annotate, distinte per località, le rendite dei possedimenti. La carta 11 reca infatti il titolo Cauria di Primier nello Stato Imperiale / li Consorti Livellarii et affittuali di Cauria di Primier.(10) Ma poi il foglio è rimasto in bianco, né vi sono nel registro altre informazioni sul paese e su Fossernica.

Ancora una volta, Caoria sfugge alla testimonianza scritta. E il vuoto della documentazione apre nuovi interrogativi: qual’è la causa della mancata registrazione delle entrate? Non si riuscì a riscuoterle? E chi le doveva riscuotere? Un diretto emissario degli Onigo oppure un loro delegato di Caoria?

La prima descrizione di Fossernica e dei sui confini - che evidentemente ricomprendono anche Caoria di dentro - ci viene dall’estimo di Canal San Bovo del 1753:

Li nobili signori conti d’Onigo di Treviso tengono e possedono due montagne, nominate le Fosserneghe drento e di fuori, con diversi campi e prati, case e fenili, buona parte de’ quali restorono daneggiate dalle passate escrescenze d’acque, concesse queste a livello perpetuo a sudditi ed abitanti in Caoria, di questa giurisdizione e regola di Canale ed Imer fra gl’insfrascritti confini, cioè a mattina confina la montagna delle Miesne e di Tognola, mezzodì acqua della Valsorda, sera parte fiume Vanoi e parte la montagna di Coldosé, ed a monte la montagna di Coltorondo, grotti e l’antedette Miesne, de passi novecentottantaottomille, cento e trentaquattro, dico numero 988.134 (pari a 355,4 ettari).

Il tutto è stimato 2.900 lire e i proprietari pagano al Castello della Pietra, ossia al conte Welsperg, una tassa annua di venti libbre (che equivalgono a circa 10 chili, ossia ben poco) di formaggio pecorino.(11)

Questo è tutto quanto si dice della proprietà dei conti tevigiani. Se, da una parte, risulta finalmente chiara l’estensione del possedimento, dall’altra, manca ancora una precisa elencazione di edifici, fondi e affittuari.

Caoria di dentro è tutta compressa in quel campi e prati, case e fenili ... a livello perpetuo a sudditi ed abitanti in Caoria. Dato che la tassazione è applicata agli Onigo e non ai singoli affittuari locali, i periti non ritengono necessario spingersi oltre nella descrizione. A Caoria di fuori sono invece elencate 15 case (e 5 altre porzioni di casa), accompagnate da 8 stalle con fienile (più altre 7 porzioni) e fondi.

Com’è naturale, il controllo di una proprietà così estesa e così lontana da Treviso non doveva essere sempre cosa facile. Prati, boschi e pascoli stuzzicavano l’appetito di molti e così nel 1766 i conti Aloisio, Fiorino e Guglielmo inoltrano una protesta presso il governo di Innsbruck perché li garantisca nella libertà ab immemorabile goduta di puoter loccare le montagne di Cauria, ad essi spetanti, esistenti nella giurisditione di Primiero, a beneplacito loro e, al incontro, di prohibire rigorosamente a’ cauriotti il carriccare violetemente le medesime. Di conseguenza, il 23 maggio, il governo ordina all’ufficio forestale di Primiero d’ammonire seriamente il comune di Cauria d’astenersi d’ogni violenza e viceversa d’insistere incessantemente che gli conti d’Onigo, nel loccare le nominate montagne, a pari affitto e cautati che siino di questo, preferischino il sudito austriaco al veneziano.(12)

Nel 1780 si procede a formare il nuovo estimo di Canal San Bovo. Il documento finalmente ci offre una descrizione completa e omogenea della struttura fodiaria della valle del Vanoi.(13) Le due parti di Caoria sono descritte entrambe in dettaglio, con puntuale indicazione di beni, proprietari e livellari, tassazioni e rendite.

Le case di Caoria sono in tutto 34, 20 delle quali a Caoria di dentro, circondate dai terreni coltivati da ciascun residente. Emerge anche un nuovo dato interessante: su 640 livelli degli Onigo, ben 616 sono in mano a persone che vivono a Caoria di dentro. E questo non vale solo per case e campi in fondovalle, ma anche per 121 livelli dei pradi più in quota. Detto in altre parole: pradi e campi della proprietà Onigo sono in gran parte coltivati dagli abitanti di Caoria di dentro.

Il rapporto di livello è esplicitamente dichiarato sia da livellari (i cauriòti), che lo denunciano come aggravio, sia dai livellanti (gli Onigo) che lo dichiara come fonte di reddito. Nella partita 4825 i conti di Onigo Vicenzo e consorti di Treviso posseggono Fossernica di dentro e fuori: 2058 ettari di pascolo e bosco, della capacità di 250 armente e 1000 pecore.

Alla partita 4826, invece, gli Onigo dichiarano il livello riscosso a Caoria per il terreno zappativo e prativo di 480 Tagmad circa (pari a 86,3 ettari) dato a livello o affitto perpetuo. Per entrambe le partite, pagano la colta al dinasta e, per la prima soltanto, il formaggio pigionale al dinasta.

Dal punto di vista dei conti trevigiani, le partite corrispondono a due fonti complementari di reddito. Se per Fossernica la rendita si può semplicemente tradurre in un unico affitto, anche a persone esterne alla valle e di facile riscossione, per Caoria si pone il problema della grande frammentazione dei 306 livelli in mano a centinaia di persone. E questo ripropone la domanda: chi si occupava della riscossione dei livelli? Per come erano messe le cose, quasi sicuramente una persona abitante a Caoria o nelle immediate vicinanze: un esattore o amministratore degli Onigo o, più probabilmente, un notabile locale che subentrava ad essi (come spesso succedeva per altri tipi di redditi quali le cerche dei sacerdoti o le decime dinastiali) comperando la rendita e provvedendo a riscuoterla per proprio conto.

Il punto di vista dei cauriòti ce lo racconta invece un fascio di vecchi documenti (in tutto 28, conservati dalla famiglia Cecco Strachi di Caoria) che ben testimoniano il rapporto tra proprietari e possessori a cavallo tra Sette e Ottocento. Si tratta soprattutto di compravendite di piccoli fondi o edifici dalle quali, alle spalle dei contraenti, si profila l’ombra degli Onigo: proprietari di terreni che, ormai da secoli, i cauriòti coltivano. Buona parte di quei contratti si conclude con delle frasi stereotipate, ripetute meccanicamente, ma non per questo meno significative: una sorta di giaculatoria, quasi a scongiurare la perdita delle terre tanto necessarie.

... nel livello degli illustrissimi signori conti consorti d’Onigo ... (1743) (14)

... soggetto a livello presso li nobili signori consorti d’Onigo ... (1771) (15)

... sotto il livello Onigo ... pagando però il compratore le graveze o livello con soldi undici anui ... (1799) (16)

... sogieto a livello apresso dela c.ma famiglia di Unigo ... (1801) (17)

... paga d’annuo libelo all’Onigo soldi quatro ... paga d’affitto all’Onigo soldi cinquanta ... (1822) (18)

... con obbligo al compratore di pagare le gravezze e gabbelle aspetante al medemo, nonché l’annuo livello all’Onigo ... (1822) (19)

... riservando però la proprietà diretta del signor conte d’Onigo sull’area, anditi e transiti ... per esser il fondo di questa porzione di fabbrica soggetto a livello perpetuo colla suddetta famiglia d’Onigo ... nonché al piccol anuolivello all’Onigo pel fondo di questa fabrica ... (1837) (20)

... di dover sodisfare l’annuo affitto dovuto a sua eccelenza il signor conte d’Onigo od a suoi rappresentanti per esser il pezzo di terreno in discorso soggetto ad affittanza temporaria colla titolata famiglia d’Onigo ... (1837) (21)

... inoltre esso venditore riserva la proprietà diretta al conte Onigo ... (1839) (22)

Queste ricorrenti citazioni erano una specie di formulario proforma oppure costituivano un peso reale per quelli di Caoria? Dall’esame dei documenti possiamo ricavare qualche elemento per provare a rispondere.

Quello che viene definito un piccol anuo livello dal primo contratto del 1837 è quantificato con chiarezza dal primo del 1822 (23) che elenca 9 terreni con relative valutazioni e livelli. Se ne possono ricavare dei rapporti livello/valore di stima in media tra il 5 e il 5,5%.(24) Se a questo rapporto aggiungiamo quello del 1,2% testimoniato nel 1799, possiamo dedurre che i livelli annui applicati dagli Onigo costituivano in media un aggravio sopportabile, soprattutto perché pagato in denaro e non in natura.(25)

Da un passaggio del secondo documento del 1837, si potrebbe invece intravedere la figura di un esattore, se chi scrive si prende la briga di specificare che l’affittanza temporaria deve essere pagata al signor conte d’Onigo od a suoi rappresentanti. Anche se non riusciamo a identificarla, questa figura è un’importante testimone della presenza fisica dei conti trevigiani in Caoria.

Un analago segnale lo possiamo rintracciare nel manoscritto di Domenico Loss, Istoria cauriense, redatto a partire dal 1836. Ricordando la tremenda alluvione di un secolo prima, l’autore scrive:

Nell’anno 1748 nel mese d’Agosto, e circa li 18 di detto mese la molta pioggia dirottamente caduta cagionò una dannosissima innondazione accompagnata con terribili saette, che la rendevano ancor più spaventosa. Questa fu distruggitrice di più edifizi tanto in Caoria come in Canale; fu la spiantatrice della Canonica di Canale; fu la rovina di una parte della Casa "alle Giare" che ora è di Giovanni quondam Giovanni Taufer "delle Giare"; fu quella, che menò molta ghiaia d’intorno alla vecchia Chiesetta, formando il terreno che la circondava più elevato del suo pavimento; fu quella che formò un nuovo alveo al Torrente "Valsorda" per mezzo del Villaggio, facendo cessare di essere più il confine fra il comune di Canal San Bovo e le Montagne feudali dell’Illustrissima Famiglia d’Onigo; e finalmente fu il precipizio di molte persone, che sotto la sua strage dovettero miseramente soccombere.

Questa lettura retrospettiva dello spostamento della Valsorda è una conferma di come, nel 1836, la proprietà fondiaria degli Onigo su Caoria di dentro fosse ancora esplicitamente riconosciuta.

Ma ormai siamo agli sgoccioli. Il 26 settembre 1849 il Comune di Canal San Bovo e l’Erario regio si accordano sulla spartizione dei boschi della valle del Vanoi.(26) Al primo sono assegnati i 24 boschi che ancor oggi possiede, al secondo i 6 che andranno a formare l’attuale foresta demaniale, tra i quali anche le foreste di Fossernica di dentro e di fuori. Con questa convenzione, l’Erario rinuncia, lasciandoli al Comune, a tutti i terreni che sono stati trasformati dai privati - con o senza autorizzazione - in altre colture. La rinuncia varrà anche per i novali di Fossernica dopo lo scioglimento della controversia colla famiglia d’Onigo, sempreché il Comune e i censiti interessati si accordino con la famiglia stessa, così come hanno appena fatto (per Tognola e Miesnotta) con l’Ospedale civile di Feltre.(27) In questo caso l’Erario rinuncerà anche ad ogni pretesa per canoni e fitti fin qui dai detti Direttari percepiti. In compenso, d’ora innanzi poi non potrà aver luogo entro i contorni di quel monte, tanto sotto che sopra il recinto, alcuna nuova dissodazione di terreno o riduzione a coltura senza l’assenso della famiglia Onigo ... e senza il permesso dell’amministrazione boschiva e dell’autorità politica. Per quanto riguarda i pascoli dovrà essere rispettato dal Comune il diritto di pascolo spettante ... alla famiglia d’Onigo nelle Fosserniche, se anche questi boschi venissero assegnati al Comune di Canale.

In altri termini, le decisioni sui boschi, i novali e i pascoli di Fossernica (e anche su Caoria di dentro?) rimangono sospese in attesa della definizione della pendenza col pretendente Cavalier d’Onigo.

Ma di questo accordo non abbiamo trovato nessuna traccia e ciò per una semplice ragione: il conte Guglielmo d’Onigo non era raggiungibile.

Nel maggio del 1848, mentre le truppe austriache scendono da Quero e Fener per affrontare quelle sabaude, il conte d’Onigo si schiera apertamente con queste ultime, facendo affiggere in tutto il Veneto manifesti che inneggiano al papa riformatore Pio IX e al suo braccio militare Carlo Alberto.

Secondo una cronistoria della Parrocchia di Mezzano (28) Guglielmo è anche protagonista, il 17 novembre 1853, di una incursione clandestina in terra primierotta. Venuto da Venezia per il passo Finestra, Neva e Agaoni, si incontra a Fedai col parroco don Antonio Zanghellini, di nota fede mazziniana, per consegnargli delle cartelle del Prestito Nazionale di Mazzini da vendere in Primiero. Purtroppo, la notizia dell’incontro trapela in paese e il parroco tenta di mascherarla raccontando di un misterioso moribondo al quale avrebbe dovuto prestare gli ultimi conforti religiosi. L’autorità austriaca, che non credette alla fola, dopo infruttuose ricerche non potendo impadronirsi del presunto morto, perseguitò il vivo il quale dovette subire una minuta perquisizione in canonica e al quale si intimò il bando da Primiero. Il 1 gennaio 1854 don Zanghellini deve partire per Feltre e anche lo zio Michele Angelo Negrelli (giudice distrettuale sospettato di averlo protetto) viene trasferito a Mori dove rimarrà esiliato per 16 anni.(29)

Insomma, le cose non vanno secondo le aspettative di Guglielmo che riparare in gran fretta a Torino, sotto l’ala protettrice del re di Sardegna. Egli morrà in esilio nel 1866 e le sue terre, che l’impero asburgico aveva incamerate, sono restituite a sua figlia Teodolinda Zenobia proprio in quell’anno, quando il Veneto passa al Regno d’Italia.(30)

Ma Caoria e Fossernica sono rimaste al di là della frontiera, in terra austroungarica: recuperarle non è certo cosa facile per una famiglia che si è inimicata l’imperatore. Né ci risulta che Teodolinda abbia mai fatto tentativi in tal senso. Nel frattempo, tra 1858 e 1859, l’Austria ha provveduto a formare il nuovo catasto, nel quale i terreni Onigo sono (d’autorità?) registrati a nome dei singoli possessori locali. Così i cauriòti e il Comune tirano un sospiro di sollievo e lasciano cadere, nelle loro carte, quella tiritera sulla proprietà diretta del signor conte d’Onigo che si trascinavano dietro da secoli.

Infatti, quando nel 1867 si procede alla liquidazione, censimento e perequazione dei fondi in Fossernica, cioè fra i rivi Valsorda e Coldosé, gli Onigo sono acqua passata. Nell’atto si elencano ben 164 persone proprietarie di fondi senza alcun cenno ai nobili trevigiani, anche se i terreni censiti - tutti nella fascia dei pradi - coincidono probabilmente con i novali sopra e sotto il Recinto dei quali si discuteva nel 1849.(31)

Non sappiamo se, dopo la liquidazione del 1867, la questione dei diritti Onigo sulle Fosserniche e su Caoria di dentro potesse in qualche modo considerarsi ancora aperta. In ogni caso, a chiuderla definitivamente ci penserà, in modo del tutto inconsapevole ma perentorio, Pietro Bianchet, uno sconosciuto e derelitto bracciante di Trevignano. È lui che, l’11 marzo 1903, con due colpi di accetta, porrà fine alla vita della contessa Teodolinda e con essa alla dinastia degli Onigo.(32)

Desidero ringraziare Mauro Cecco che mi ha permesso di consultare i documenti della sua famiglia e Lina Zanon Trotter che mi ha segnalato, nella Cronaca della parrocchia di Mezzano, la descrizione del misterioso fatto di Fedai. Sono anche grato a Bruno Zortea che mi ha più volte assistito nella consultazione dell’Archivio comunale di Canal San Bovo.

Sono infine grato a Gino Taufer e Ugo Pistoia per la loro collaborazione alla stesura di queste note.

Da leggere

• Gian Domenico Mazzoccato, Il delitto della contessa Onigo, Treviso, Santi Quaranta, 1998.

• Ugo Pistoia, Per la storia di Caoria. Alcune ipotesi e qualche punto fermo, Canal San Bovo, 1996.

• Daniela Perco, Micromobilità e residenza in una comunità alpina del Trentino orientale in "SM. Annali di San Michele" 11 (1998), pp. 201-214.

• Chi si ferma è perduto. Sul cammino di una comunità alpina. Il Progetto del Sentiero Etnografico del Vanoi a cura di Fiorenza Bortolotti, Trento - Tonadico, Provincia Autonoma di Trento - Ente Parco Paneveggio Pale di San Martino, 1999.

maggio 2000