Nella seconda metà del XV secolo e nei primi decenni del XVI Primiero è minuscolo ma vivacissimo crocevia di interessi e scambi commerciali legati al rapido affermarsi di una fiorente industria mineraria. Le pagine che seguono cercano di delineare il contesto politico-istituzionale che fa da cornice a quella congiuntura economica, mettendone in evidenza elementi di continuità e punti di rottura della struttura economica, demografica e ecclesiastica. Sottolineano tuttavia il carattere effimero del ciclo produttivo minerario o quantomeno il suo carattere secondario rispetto all'asse portante, di lunga durata, dell'economia locale costituito dal commercio del legname.

L'AUTORE

UGO PISTOIA vive e lavora a Fiera di Primiero. Si occupa di storia sociale ed ecclesiastica del Medioevo.

 

Nel 1565 Giacomo Castelrotto, capitano e vicario in Primiero dei signori di Welsberg, così sintetizzava l'economia della valle:
La valle di Premer veramente si nomina valle percioché ha in sè pocca pianura ma consiste in monti et boschi et però, ancorché li sudditti con la loro industria per minere habbino coltivato detta valle in monte et piano, nientedimeno sono generalmente poveri et non racogliono biave per uso suo per tutto l'anno, ma sicome detta valle è povera in particolar, è tanto più riccha in universal per le molte miniere, de boschi che in quala si ritrovono. Io ho informatione da persone legali, me dicono che l'anno MCCCCLVIIII, vel circa, il Prencipe have d'intrata della miniera passa 80 mila ragnesi, et ancorché hora dette miniere siiano cessade con pocca speranza che vengano più in flora como erano a quel tempo, nientedimeno il Principe cava al presente ancora dalli boschi et miniere li quali sono in detta valle in buon numero et quantità, più de diecimille reali et anco scudi al anno, di maniera che questa picola valesella inclusa tra horidi monti et sassi et alla qualle non si gli può venir se non per sentieri et passi difficili et cativi, si può d'intrada equipararsi a un picolo principato.(1)
Dunque poco oltre la metà del XVI secolo l'industria mineraria era ancora fonte notevole di ricchezza pur volgendo velocemente verso il declino. Nelle parole dell'ufficiale valsuganotto è ancora viva però la memoria di una stagione molto più florida contrassegnata da un trend estremamente favorevole. E' l'arco di tempo che dura all'incirca sessanta-settant'anni - tra la seconda metà del XV e i primi due decenni del XVI secolo, durante il quale giungono in valle numerosi operai svevi e tirolesi, fioriscono gli scambi commerciali con Venezia - molte miniere di Primiero sono infatti appaltate a imprenditori veneziani - nasce addirittura, sullo slargo ai piedi della salita che porta alla pieve da secoli sede dei mercati annuali, un nuovo borgo, Fiera per l'appunto.(2)
Non intendiamo però in questa sede aggiungere alcunché di nuovo a quanto già noto attraverso pubblicazioni di studiosi che all'industria mineraria di Primiero hanno dedicato alcune pagine - poche in verità ma le uniche possibili in base alle fonti finora rinvenute e studiate - dei loro lavori: pensiamo soltanto ai contributi di Wolfstrigl-Wolfskron, Srbik, Zieger, Heilfurth, Kellenbenz.(3) Quello che più ci importa mettere oggi in evidenza - sia pure con rapidi tratti - è il contesto politico-istituzionale in cui l'industria mineraria trova spazio per svilupparsi e creare ricchezza, per fare di Primiero, lungo l'arco di pochi decenni, un crocevia di interessi e capitali che lasceranno ben presto spazio allo sfruttamento di altre meno effimere risorse, a cicli produttivi di più lunga, secolare durata: quelli legati al commercio di legname.
La storia quattro-cinquecentesca della valle è contrassegnata da alcuni eventi-chiave, di natura sia politica sia economica, talvolta tra loro strettamente connessi, facilmente riassumibili in pochi, schematici dati: l'inizio, proprio sul nascere del '400, della dominazione della famiglia pusterese dei Welsberg, lo sviluppo dell'industria mineraria con le coltivazioni di argento, rame, piombo e ferro, lo sviluppo - come abbiamo or ora anticipato - del commercio di legname, i mutamenti del tessuto demografico e insediativo della valle conseguenza diretta dell'espansione dell'industria estrattiva, il lento declino delle istituzioni comunali di valle.
La leggera sfasatura temporale tra l'affermarzione del dominio dei Welsberg e il boom dell'attività estrattiva ha spesso spinto gli storici - in specie quelli locali, ma non solo - a considerare i due dati come dipendenti l'uno dall'altro in modo inestricabile.(4) Che un rapporto esista è fuori discussione, ma è altrettanto vero che al venir meno della felice congiuntura economica della seconda metà del '400 - che ha lasciato traccia evidente ancor oggi nello splendido edificio pievano - il potere dei Welsberg sopravvive e trova altri mezzi per assicurarsi quel solido ancoraggio che gli permetterà di attraversare in Primiero tutta l'età moderna. L'azione dei Welsberg si esplica su più livelli mediante un uso abile e spregiudicato di registri politici, istituzionali ed economici, svuotando o, se si vuole, smantellando i poteri comunali, assicurando alla famiglia vaste proprietà boschive, assumendo il controllo delle istituzioni ecclesiastiche locali attraverso il patronato sulla chiesa pievana di S. Maria Assunta e sull'ospizio dei Santi Martino e Giuliano di Castrozza. Le rendite del quale, cospicue per una zona appartata e marginale come era Primiero, avrebbero ingolosito chiunque avesse detenuto il potere politico della valle e, come era nel caso dei Welsberg, intrattenuto relazioni strette con poteri regionali 'forti' in grado anche di influenzare a proprio vantaggio gli uffici della curia romana.(5)
Sappiamo che la preminenza tirolese su Primiero era iniziata nel 1373.(6) Fino a quel momento la storia della piccola valle dolomitica è in gran parte riconducibile entro le coordinate geopolitiche della Marca veronese-trevigiana e in particolare della signoria territoriale dei vescovi feltrini prima, dei disegni egemonici dei Caminesi, degli Scaligeri e dei Carraresi poi.(7) Nel 1349 è infeudata da Carlo IV a Bonifacio Lupi marchese di Soragna, influente esponente della corte di Francesco il Vecchio da Carrara, signore di Padova.(8) Sotto il suo dominio il comune di valle conobbe forse il più alto grado di autonomia e di sviluppo,(9) favorito anche dal mancato affermarsi in loco di élites nobiliari e dalla lontanza da centri urbani in grado di esercitare un controllo politico efficace su quest'area alpina.(10) Nel febbraio del 1373 Francesco il Vecchio cede Feltre, Belluno e la Valsugana a lui soggetta ai duchi d'Austria Leopoldo e Alberto allo scopo di guadagnarsene l'appoggio nella guerra in corso contro Venezia.(11) Nel documento di cessione Primiero non è ovviamente nominata poiché soggetta alla giurisdizione del Lupi, formalmente distinta da quella del signore padovano. Poco dopo però la valle appare del tutto slegata dai precedenti rapporti di dipendenza e inserita di fatto entro i confini giurisdizionali della contea tirolese. I motivi di questo avvicendamento non sono ancora chiari nel dettaglio, ma facilmente intuibili se pensiamo alla collocazione geografica della valle rispetto ai due centri cittadini anzidetti, Feltre e Belluno, e soprattutto se teniamo conto del complesso quadro degli accordi tra i duchi d'Austria e Francesco il Vecchio, seguiti da un'interminabile coda di compromessi e di incertezze nella fase della loro concreta applicazione.(12) Negli ultimi decenni del secolo troviamo Primiero governata da rappresentanti di alcune tra le maggiori famiglie della nobiltà tirolese: nel 1376 Federico di Greifenstein e, morto costui nella battaglia di Sempach, Sigismondo di Starkenberg, Francesco e Nicolò Vintler.(13) Finalmente il 22 settembre 1401 la valle fu infeudata dal duca Leopoldo a Giorgio II di Welsberg,(14) presidente della Camera aulica di Innsbruck e creditore nei confronti del duca di 4000 fiorini d'oro. Occorre sottolineare questo passaggio: tanto lo strumento giuridico dell'infeudazione quanto, soprattutto, il suo esito politico - il dominio su Primiero - ben si comprendano se collocati nel disegno complessivo della politica asburgica di quegli anni. Essi aderiscono perfettamente a quella fitta trama di interventi tendenti a creare intorno al principato vescovile di Trento "una fascia ininterrotta di vasti distretti feudali soggetti agli ordini della corte ducale".(15) E d'altro canto il possesso della valle pone la contea a diretto contatto con la Repubblica di Venezia ormai prossima alla conquista della parte nord-orientale del Veneto odierno (16) mentre si affaccia minacciosa ai confini meridionali del Trentino.(17) La strada verso Venezia era del resto già stata aperta con l'acquisizione delle giurisdizioni di Pergine e Caldonazzo e doveva consolidarsi nel corso del XV secolo con l'occupazione manu militari di quelle di Telvana, Castellalto e Ivano.(18) La penetrazione tirolese si declina qui in forme parzialmente diverse rispetto a quelle praticate nel Principato vescovile trentino:(19) diversa era stata infatti la storia istituzionale delle due realtà, diversa la collocazione politica. Diverso in parte l'epilogo: Primiero entra a far parte integrante di una compagine statale, la contea asburgica, all'interno della quale, fino alla prima metà del Cinquecento godrà di un certo prestigio grazie appunto allo sfruttamento delle miniere di argento, piombo e rame.
Le linee dell'intervento politico dei Welsberg e prima ancora, o in stretta relazione con esse, del loro radicamento economico in valle sono difficilmente descrivibili con dovizia di dati in base alle ricerche attuali. Sappiamo che uno degli strumenti di controllo economico fu fin dall'inizio la pressione per l'acquisizione dei boschi comunitari, con un duplice scopo: assicurarsi sia i proventi diretti della vendita sui mercati veneti del legname tagliato in proprio, sia i tributi e le tasse gravanti su ogni pianta abbattuta.(20) Non va inoltre taciuto un ulteriore motivo di interesse verso il patrimonio boschivo della valle: il suo essere fonte di materia prima indispensabile tanto nello scavo delle miniere (armatura dei cunicoli, costruzione di ponteggi) quanto nei procedimenti estrattivi (funzionamento dei forni fusori e delle fucine).(21) Da ciò l'inevitabile conflitto con il comune di valle che travalica ben presto, estendendosi progressivamente non solo a tutti gli aspetti della vita politico-amministrativa ma anche a quelli religiosi e strettamente legati alla cura animarum.(22) Gli interessi delle due parti collidono ben presto: gli uni, gli homines di Primiero, sentono lesi antichi diritti che nessuno aveva mai posto in discussione; gli altri, i Welsberg, nello sforzo di rinsaldare il loro potere, sfruttano tutti i mezzi a disposizione, non ultimo quello del controllo sui benefici ecclesiastici, nel caso specifico la pieve di Santa Maria Assunta di Primiero e l'ospizio dei Santi Martino e Giuliano di Castrozza. L'acquisizione del giuspatronato su entrambi è la strada seguita dai Welsberg per assicurarsi una fonte di reddito aggiuntiva, eliminando alla radice la possibilità di una presenza di rettori non graditi e, garantendosi il controllo dell'istituzione ecclesiastica, incrementare anche sul piano simbolico il potere esercitato in valle.(23) Un caso emblematico è quello del prete 'tedesco' Matteo Pangortner pievano di Primiero nel 1513,(24) ma già qualche anno prima priore dell'ospizio di S. Martino di Castrozza. Il suo nome è indicativo del ruolo che i Welsberg hanno ormai pienamente consolidato in valle e degli interessi che sono chiamati a tutelare: Pangortner è deformazione di Paumgartner o Baumgartner, nome di una delle più importanti famiglie di imprenditori minerari di Augsburg e Kufstein. Con molta probabilità si tratta del ramo di Kufstein della famiglia, in quanto proprio nel 1491 Hans Baumgartner di Kufstein aveva rilevato l'intero debito (29.540 Gulden) di un noto imprenditore minerario e uomo di fiducia dei Fugger in Primiero, Antonio Cavalli, in cambio di tutti i suoi possedimenti.(25) Sul finire del 1487 il Cavalli era stato tenuto in ostaggio a Venezia, insieme a Baldassarre di Welsberg, prima dell'attuazione del trattato di pace che doveva porre fine alla guerra veneto-tirolese di quell'anno.(26) Non solo dunque alla fine del '400 un imprenditore minerario controlla un importante passo alpino ma lo stesso controlla una delle principali fonti di reddito prodotto nella medesima area di strada.(27) Che la presenza del Baumgartner in valle non fosse casuale o sporadica lo desumiamo da altre testimonianze: è ancora in Primiero nel 1514 (28) ormai privo di titoli e probabilmente anche nel 1523 (29) quando figura tra i testimoni della collazione dello stesso priorato a Zaccaria Mohelin anch'egli prete di Augsburg:(30) segno evidente che in zona curava ancora interessi cospicui.
Il controllo sulle istituzioni ecclesiastiche della valle da parte dei Welsberg suggella un'egemonia ormai consolidata.(31) A partire dal 1523 il giuspatronato su San Martino non sarà più in alcun modo messo in discussione. Il dato non è casuale: esso coincide con il definitivo assestarsi degli equilibri interni alla valle, o quantomeno con la definitiva acquisizione del controllo politico su di essa da parte dei signori pusteresi. L'ultimo decennio del '400 ha segnato il netto ridimensionamento dell'istituto comunale così come si può rilevare da due documenti, rispettivamente del 1490 (32) e del 1498.(33) Dalla loro lettura, oltre al reciproco riconoscimento dei ruoli di ciascuno dei due attori e oltre alle reciproche attestazioni di deferenza, è possibile ricavare la coscienza che le parti hanno circa l'importanza della posta in gioco: gli homines di Primiero chiedono metà del denaro ricavato dalle sentenze emesse dal tribunale locale; chiedono che alle sedute dello stesso partecipino, secondo quanto previsto dagli statuti del comune, i marzoli, capi delle quattro regole; vogliono che le case del nuovo nucleo abitato sorto sul luogo dove usualmente si tenevano i mercati annuali, la villa Mercati o Forum Primerii più tardi Fiera, siano iscritte negli estimi delle regole di Tonadico e di Transacqua. Pongono il problema degli edifici costruiti 'sopra le acque', vale a dire segherie, mulini, fucine: secondo il comune vanno iscritti negli estimi delle regole nel territorio delle quali sorgono. Dimostrano di aver già perso una delle loro maggiori prerogative quale la scelta del rettore della pieve, tipica della maggior parte delle comunità rurali, allorché si limitano a rivendicare la nomina non del pievano, ma del solo cappellano di lingua italiana. Chiedono di poter cacciare e pescare in piena libertà, senza limitazioni. Rivendicano ancora l'elezione di notai e ufficiali del comune dal momento che al comune spetta il loro mantenimento. La risposta dei Welsberg non è meno decisa, anzi: scarna e ferma, dà conto della consapevolezza che i rapporti di forza sono tutti sbilanciati a loro favore. Le stesse prudenti, e secondarie, concessioni alla comunità non derivano se non da un completo controllo delle leve del potere. I proventi delle condanne rimangano prerogativa dei giusdicenti; l'espansione 'urbana' di Fiera resti sotto il loro controllo anche e soprattutto per quanto attiene agli estimi; la licenza di costruire edifici 'sulle acque' spetti ai signori; caccia e pesca continuino ad essere precluse, fatte salve alcune speciali esenzioni, alla comunità: la replica non poteva essere più chiara. Certo veniva riaffermata ancora la vigenza degli statuti del 1367, ma si affermava implicitamente la loro riformabilità a seconda delle mutate esigenze dei tempi. La dura e sgradita effettualità della 'costituzione materiale' non poteva trovare migliore esplicitazione. Otto anni dopo, a Trento in casa di Osvaldo di Welsberg in contrada della porta di San Martino, i sindaci e i procuratori del comune di Primiero e Ugolino Scopoli cancelliere e ufficiale dello stesso comune ottengono da Osvaldo e Gaspare di Welsberg alcune mitigazioni "circa modum exigendi iudicaturas et in sigillationibus processuum" e circa il salario dei capitani e dei vicari.(34)
Più complessa e ancora tutta da studiare è la trama delle relazioni tra i Welsberg, la contea tirolese e l'Impero che qui faceva sentire la sua autorità tramite l'Ufficio minerario che aveva competenza anche sui boschi della valle. La giurisdizione del giudice minerario era svincolata da quella dei Welsberg. Reati di natura civile e criminale commessi da persone legate al ciclo produttivo dell'estrazione e fusione dei minerali o al commercio di legnami erano giudicati dall'alto ufficiale arciducale e non dal tribunale del signore locale, creando spesso astiosi conflitti di competenza e focolai di risentimento tra i due organismi. Al giudice minerario competeva anche l'applicazione delle normative che regolavano nel dettaglio l'attività mineraria, in particolare, per quanto riguarda la valle di Primiero, la Perkwerkordnung del 1477 emanata da Sigismondo d'Austria.
Torniamo un momento sulla questione dei boschi. Nel 1454 la lite sulla loro proprietà si era risolta a favore dei Welsberg contro il comune di Primiero.(35) Ben presto però, nel 1477 e nel 1479, giunsero da Innsbruck restrizioni tali da limitare notevolmente la vittoria dei Welsberg. Il legname di Primiero doveva servire essenzialmente allo sfruttamento minerario e dunque il suo commercio e il suo uso sarebbero dovuti ricadere prevalentemente sotto l'amministrazione arciducale.(36) Questioni con il giudice minerario, che aveva competenza anche in materia forestale, sono all'ordine del giorno per i Welsberg anche durante il XVI secolo: ne restano testimonianze nel 1557, nel 1563 e nel 1564 a conferma di un rapporto tuttaltro che lineare o rispettoso di gerarchie prestabilite tra governo centrale e governo locale.(37) Rapporto sul quale influì forse - sul piano delle attività economiche - la dinamicità della famiglia Welsberg nel ramo minerario anche durante la seconda metà del '500. Cristoforo Welsberg si fa imprenditore acquistando nel 1567 da Simone Botsch, esponente della ricca famiglia tirolese di origine toscana, una miniera di ferro.(38) Non a caso nello stesso periodo priore di San Martino risulta essere Bartolomeo Botsch, figlio di Simone, canonico di Bressanone dal 1544 al 1566.(39) Un altro giacimento è venduto al Welsberg da Luca Römer nel 1572.(40)
Come lasciava intendere proprio in quegli anni il capitano Castelrotto, le miniere hanno ormai quasi esaurito i loro filoni. Un'altra e più duratura fonte di ricchezza, sostegno anche alla fragile economia delle comunità rurali locali, prenderà il sopravvento in Primiero creando ancora una volta con la pianura veneta l'asse privilegiato lungo il quale si muoveranno per secoli uomini e capitali: il taglio, l'esbosco, il trasporto e la fluitazione delle essenze legnose. Altre famiglie, i Someda, i Petricelli, i Maccarini, costruiranno in tutto o in parte le loro fortune grazie anche al legname di Primiero. La valle diventa uno dei lati della triangolazione che produce ricchezza per i mercanti 'globalisti': i boschi della montagna, le segherie del pedemonte, i mercati della metropoli lagunare. A unire i tre, le acque del Cismon e del Brenta a occidente, del Piave a oriente.(41)

Questo articolo riprende, in alcune sue parti, quanto già pubblicato in U. PISTOIA, Dalla carità al dominio. Il giuspatronato della famiglia Welsberg sull'ospizio dei santi Martino e Giuliano di castrozza nei secc. XV e XVI: prime ricerche, «Studi trentini di sceinze storiche. Sezione I», 75 (1996), p. 327-348.

 

Da leggere
  • M. WOLFSTRIGL-WOLFSKRON, Die Tiroler Erzbergbaue. 1301-1665, Innsbruck 1903.
  • R.R. SRBIK, Bergbau in Tirol und Vorarlberg in Vergangenheit und Gegenwart, Innsbruck 1929.
  • Ph. BRAUNSTEIN, Les enterprises minières en Vénétie au XV siècle, «Mélanges d'archéologie et d'histoire de l'Ecole française de Rome», 77 (1965), p. 577-579.
  • G. HEILFURTH, Bergbaukultur in Sudtirol, Bozen 1984.
  • H. KELLENBENZ, Le miniere di Primiero e le relazioni dei Fugger con Venezia nel Quattrocento, in Il Trentino in età veneziana, Rovereto 18-20 maggio 1989, "Atti della Accademia roveretana degli Agiati. Contributi della classe di scienze umane, lettere ed arti", s. VI, 238 (1988), p. 365-382.
  • K.-H. LUDWIG, Origine e caratteri dell'espansione produttiva dei metalli nobili nell'Europa centrale del Quattrocento, «Società e storia», 14 (1991), p. 813-828.
  • R. VERGANI, Per la storia del ferro nell'area veneta alpina (secoli XII-XVIII) in Dal basso fuoco all'altoforno. Atti del 1. simposio Valle Canonica, 1988. La siderurgia nell'antichità, a cura di N. Cuomo di Caprio e C. Simoni, Brescia, 1991, p. 115-119.

agosto 2000