La continua rielaborazione del materiale letterario originato dall'esperienza partigiana conduce Beppe Fenoglio a una lettura demitizzata della Resistenza. In questo lavoro di Luca Brunet l'epopea partigiana consegnataci dallo scrittore piemontese è colta attraverso le caratterizzazioni fisiognomiche e patognomiche di alcuni suoi personaggi.

 

L'AUTORE

LUCA BRUNET, laureato con una tesi dedicata all'opera di Italo Calvino, insegna nelle scuole della provincia di Belluno.

Introduzione

A più di cinquant'anni dal termine del secondo conflitto mondiale, gli avvenimenti riconducibili al periodo che va dal 1943-'45 sono ritornati d'attualità: la definizione stessa di Resistenza partigiana (1) è stata messa di recente in discussione; la guerra di liberazione nazionale condotta dai partigiani soprattutto nell'Italia centro-settentrionale contro l'occupazione nazi-fascista, a partire dall'8 settembre 1943, è stata presentata ora come guerra civile, poiché i combattenti inseriti nelle formazioni partigiane ed i reclutati tra le fila della Repubblica di Salò erano italiani. Gli scontri e le battaglie tra le opposte fazioni si rivelarono cruenti e disumani ed implicarono sofferenze inenarrabili anche tra i civili. Attualmente si stanno criticando diverse azioni partigiane condotte all'epoca contro le truppe d'occupazione tedesche, come la bomba di Via Rasella a Roma che provocò la drammatica ritorsione delle Fosse Ardeatine. In realtà l'estrapolazione di singoli drammatici eventi da un contesto complesso e travagliato come quello italiano di quel tempo è un'operazione arbitraria, di sovente spinta da finalità non certo storiche.

Oltre la prospettiva meramente storiografica, si ritiene che, per far luce su quel periodo, l'opera letteraria di Beppe Fenoglio costituisca un osservatorio di eccezione. Il giovane di Alba conobbe infatti la disciplina fascista dei sabati premilitari prima dello scoppio del conflitto; nel pieno della guerra iniziò il corso di allievo ufficiale di complemento e fece esperienza degli effetti del disastroso bombardamento di Roma nell'estate del '43. Tornato a casa dopo la catastrofe dell'8 settembre con un rocambolesco viaggio in treno, restò nascosto per sottrarsi alla leva di Salò presso la sua città, finché non decise di diventare partigiano nell'inverno seguente. La deludente esperienza vissuta tra i partigiani garibaldini lo spinse, dopo un rastrellamento che disgregò la brigata, ad entrare nelle formazioni badogliane che operavano nella zona delle Langhe. Grazie alla buona conoscenza dell'inglese fu incaricato di curare i rapporti con le missioni alleate, distaccate nella zona delle operazioni per l'organizzazione dei lanci paracadutati di armi. Si possono così comprendere le potenzialità critiche dello sguardo dell'autore, rispetto ad eventi che segnarono la storia contemporanea italiana ed europea.

Ma la straordinarietà della lezione fenogliana sta innanzi tutto nell'approccio non ideologico ai drammatici fatti vissuti e raccontati. Chiara infatti è la presa di posizione nel Partigiano Johnny di fronte al commissario politico Nèmega, che lo invita ad un corso di marxismo, il giovane infatti replica: "Io sono qui per i fascisti, unicamente. Tutto il resto è cosa di dopo".(2)

È poi fondamentale il disincanto, il distacco nei confronti della materia trattata e la continua smitizzazione dei protagonisti partigiani, che non vengono mai trasformati in eroi, come accadde in tanta letteratura della Resistenza,(3) ma rimangono uomini attanagliati da dubbi, carichi di difetti e sempre in precario equilibrio tra la vita e la morte, nemmeno certi che il loro combattere e morire serva alla futura ricostruzione del paese. Ma l'elemento più significativo è la continuità con cui Fenoglio ha lavorato alla rielaborazione del materiale letterario originatosi dall'esperienza partigiana: praticamente fino alla prematura scomparsa nel 1963, si impegnò a revisionare, aggiustare, selezionare sezioni narrative tratte dalle due stesure in italiano del Partigiano Johnny.(4) E segno dell'inesausta ricerca e del puntiglio quasi ossessivo con cui Fenoglio lavorava fu l'edizione in vita di sole tre opere: I ventitrè giorni della città di Alba (1952), La malora (1954), Primavera di bellezza (1959).

Ora, questa ricerca si propone di mettere in luce una serie di caratterizzazioni fisiognomiche e patognomiche dei protagonisti dell'epopea partigiana interpretata da Fenoglio, per comprendere come anche un autore contemporaneo debba fare i conti direttamente o indirettamente con l'antica scienza teorizzata dallo Pseudo-Aristotele, rielaborata nel Della Fisonomia dell'uomo da Giovan Battista della Porta nel '500 ed in auge fino al secolo scorso con "l'uomo delinquente" dell'antropologia criminale di Cesare Lombroso. Per fisiognomica si intenda "lo studio delle forme corporee in relazione con le proprietà psichiche dell'uomo", per patognomica si consideri l'analisi delle "esperienze vissute, dei moti d'animo attuali che un soggetto patisce, ma anche degli stati d'animo e delle passioni durevoli. E di conseguenza l'aspetto manifesto dal quale li si riconosce non si esaurisce nei moti espressivi attuali, ma ne fanno parte anche impronte consolidate nei tratti del viso di un uomo".(5) Nel concreto si tratterà di scoprire in quale maniera l'autore piemontese si sia servito sul piano connotativo di tutto un patrimonio di segni e simboli per arrivare ad una descrizione efficace e puntuale, icastica secondo le parole di Italo Calvino,(6) dei protagonisti e degli antagonisti della Resistenza, sempre rappresentati in piena interazione con lo scenario collinare delle Langhe.

La grande opera di Beppe Fenoglio sulla Resistenza rimase dattiloscritta nell'abitazione di Alba e l'edizione Einaudi del 1968 (post mortem) del Partigiano Johnny si rivelò una sintesi arbitraria delle due stesure lasciate in sospeso. Con rigore filologico Maria Corti e la sua equipe hanno pubblicato l'edizione critica dei romanzi e racconti di Fenoglio nel 1978, consentendo al semplice lettore ed allo studioso un approccio scientifico all'officina letteraria dell'autore. È a questa edizione dell'opera fenogliana che si farà riferimento nel corso della seguente indagine.

Deformazioni partigiane

Uscito di casa presto, all'insaputa dei genitori che lo tenevano nascosto dopo il rientro da Roma all'indomani dell'8 settembre, Johnny arriva all'imbrunire a Murazzano - nelle Langhe -, e ormai dispera di incontrare i partigiani a cui si vuole unire, per vivere da protagonista la fase conclusiva del conflitto. Il primo approccio con i guerriglieri però si rivela deludente.(7) E disarmante è la diffidenza con cui uno dei siciliani apostrofa il protagonista che intende aggregarsi alla brigata partigiana, ma davvero preoccupante è il viso di un altro piccolo partigiano che offre d'un tratto a Johnny l'opportunità per un commento fisiognomico(8) da manuale. Il protagonista ci riserva poco oltre una dettagliata illustrazione della "faccia dillingeriana" del piccolo partigiano Tito:

"Aveva un naso esageratamente minuscolo, ma malignamente piantato nella esagerata infossatura delle occhiaie, la fronte irregolare e bozzosa e come divorata dalla piantatura fitta e volgare dei capelli neri e senza lustro, con qualche striscia già innaturalmente bianca, repellente come bisce morte e imprigionate nel catrame. La bocca era torta ed il mento sfuggente. Tutto il corpo era di una nevrotica picciolità, e doveva essere anormalmente villoso".(9)

Ecco come appare a Johnny il primo partigiano garibaldino che gli ha dato confidenza, dopo che si è imbattuto in una squadra partigiana alle prese con una requisizione di viveri. Si osservi come è necessario che la lingua stessa si debba modificare, per rendere al meglio le caratteristiche corporee di Tito: gli avverbi impiegati rasentano l'iperbole (esageratamente, anormalmente ...), l'autore ricorre a neologismi come bozzosa e picciolità per esprimere l'inconsueta disarmonia del volto del giovane partigiano. Significativa è poi la connotazione rigorosamente negativa della descrizione, deducibile dagli aggettivi repellente e volgare, quasi paradossale se si considera che, all'interno della brigata garibaldina, Tito diverrà l'amico più caro di Johnny. Ed il primo grande trauma per il protagonista è proprio la perdita dell'amico nel corso di un'imboscata fascista, dalla quale Johnny riesce a salvarsi in maniera rocambolesca. Solo la morte sembra restituire una dignità all'aspetto del piccolo partigiano meridionale: recuperato dai compagni, appare dal lenzuolo in cui è stato avvolto "[...] come un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti. Profonda era l'occhiaia, la pelle già ridotta a pura fremente cartilagine, sentente la brezza, e la bocca lamentava l'assenza di baci millenari. I suoi capelli assolutamente immobili e grevi, i capelli d'una statua".(10) Da un confronto con la citazione precedente l'aspetto di Tito risulta a tutti gli effetti radicalmente trasfigurato: ora l'occhiaia è diventata profonda, non si parla più di infossatura, la bocca non è più torta, la piantatura dei capelli non è più fitta e volgare. In questo caso la pietà per la tragica sorte dell'amico ha fatto mutare il registro fisiognomico impiegato dall'autore, capovolgendo l'impressione iniziale.

Ma una serie precisa di segnali arriva anche dalla caratterizzazione del responsabile militare della brigata, il tenente Biondo, la cui figura risulta smitizzata fin dal primo incontro con Johnny e proprio nell'evidente contestazione del grado ricoperto nell'esercito regio.(11) Pertanto diviene un paradigma necessario il confronto con il sergente Sainaghi di Primavera di bellezza.(12) Procedendo ad una rapida ricognizione, quasi fotografica, delle apparizioni del tenente Biondo in PJ1, i suoi ritratti appaiono fugaci e rapidi proprio come è breve la permanenza di Johnny tra le fila garibaldine. Alla risposta armata dei carabinieri di Carrù contro l'ennesima requisizione partigiana il tenente Biondo "volse una faccia più annoiata che rabbiosa, tutta efficiente";(13) al termine di uno scontro a fuoco diretto dell'intera brigata partigiana contro le truppe repubblichine, viene ancora visto di scorcio: "Il tenente Biondo era leggermente seduto, le sue gambe cavalline molto divaricate".(14) Nell'ultima apparizione, prima di cadere nell'imboscata tesa dai nazi-fascisti, il capo dei partigiani sembra acquistare nuovo spessore nel momento fatale di decidere il percorso che porterà il gruppo di combattenti di fronte al nemico: "Ma gli occhi del biondo saettarono un no metallico, gli si poteva vedere dietro l'alabastrata fronte il cervello acrobatizzare con le probabilità, gli imprevisti, i vantaggi ed i margini di sicurezza".(15) Il capo non ha bisogno di dare ordini e gli uomini hanno già letto nella tormentata espressione del suo viso la sofferente decisione, basta che lui parta di scatto verso l'alto perché tutti lo seguano. Da ciò si desume la precisa efficacia di un linguaggio fondato sull'alfabeto dei segni del volto. Ma già nel corso del battesimo di fuoco per Johnny, il Biondo si manifesta come il capo per eccellenza ed è ancora il suo aspetto a rivelare autorevolezza e a dare fiducia agli inesperti partigiani.(16) Sorpresi dai nemici che sbucano all'improvviso dai cespugli, i partigiani cadono sotto le raffiche avversarie e lo stesso Biondo esce tragicamente di scena: "Ma una fucilata lo colpì, sbilanciandolo: si riequilibrò e sparò una raffica, i fascisti raddoppiarono, e stavolta lo stesero, le sue lunghe, magre, money-crammed legs(17) scalciarono un attimo e stettero".(18) È singolare che Fenoglio decida di congedarsi definitivamente dal tenente Biondo con questa immagine cruda ed impietosa, tutta dedicata alla messa a fuoco delle lunghe gambe del capo partigiano, divenute elemento corporeo distintivo e di identificazione del Biondo e tragico sigillo di morte.

Con buona probabilità tali caratterizzazioni, eccessivamente deformanti dei compagni di battaglia garibaldini, sono anche la conseguenza del disagio profondo di chi si trova in the wrong sector of the right side,(19) espressione che conclude il primo incontro di Johnny con l'insistente commissario politico Nèmega, presentato come una figura smilza e di poca forza "eppure dainty, ed una testa molto somigliante, tranne le incisioni del vizio, a quella di Osvaldo Valenti".(20) Ed impietoso sarà di lì a poco il congedo dall'inflessibile commissario, quando - nell'imminenza dello sbandamento a seguito dell'accerchiamento operato dai tedeschi - "un partigiano di città quello dell'acne, riscoprì che Nèmega era torinese, lì l'aveva visto, e che era uno studente di Mistica Fascista".(21)

Il protagonista comunque non indulge nemmeno nei propri confronti, sottolineando il grado di animalità raggiunta dopo un mese trascorso lavandosi solo con l'acqua gelida di uno stagno.(22) E quando Johnny diverrà un effettivo partigiano badogliano, un lavacro ben più accogliente(23) gli darà l'occasione per una contemplazione della propria corporeità, che si tradurrà in una fine interpretazione fisiognomica:

"Su tutta la sua pelle la patina inlavata a lungo era ricca, serica ed assolutamente inodora, o al più arricchiva stupendamente il suo odore d'uomo. Sentiva di poter dire di poter annusare in quel momento con narici di donna. Il pensiero della guerra piombò come un'ala grigia, non nera, sulla dorata bianchezza della sua pelle, serica e assolutamente glabra, senza vello a distrarre, a intercettare la mano. Era enormemente, forse sacrilegamente, eccitante pronosticare, fantasticare il bersaglio ed il varco aperto in quella intatta integrità".(24)

La lettura dei segni del corpo diventa per Johnny un'occasione per cercare di intuire in anticipo il proprio ineluttabile avvenire ed il lugubre pensiero della guerra vola su quella pelle glabra e fa muovere la mano in una provocatoria ricerca del punto in cui un proiettile prima o poi si conficcherà. La visione del proprio fantasma corporeo induce così il protagonista a formulare una sacrilega premonizione di morte.

Lo sguardo su di sè assume i tratti di una sorta di intelligenza interiore, infatti "mai come in quel momento era stato tratto, forzato a pensare, vedere la sua propria realtà fisica, la sua carnale sostanza e forma. Era persino miracoloso il constatare, realizzare appieno, per la prima volta, le facoltà, gli usi e le forme specifiche ed irripetibili di ogni parte. Le mani, per esempio, avevano sofferto del partigianato: non il dorso, sempre asciutto e fine, col ricamo distinto e potente delle vene elated; ma sulle palme aveva pesato, fino all'incisione, la guerra. - Dr. Jekill e Mr. Hyde, - poté pensare Johnny, confrontando dorso e palmo".(25) Il corpo diviene in questo caso il tramite per eccellenza per un'introspezione e l'osservazione delle mani è paradigma non solo dell'incertezza del vivere partigiano (che riserverà un destino da prossimo vincitore o possibile vittima), ma riflessione circa la guerra che divide partigiani e fascisti (vittime e carnefici nel vicino rastrellamento). Il soffermarsi sulle mani non è casuale, perché nell'undicesimo racconto della raccolta I ventitrè giorni della città di Alba è nell'odore delle mani sfregate che il narratore sente l'odore della morte.(26)

***

La materializzazione degli antagonisti - soldati della Repubblica di Salò o tedeschi - in pieno assetto di combattimento risponde di solito a regole fisse: gli avversari sono una massa indistinta, tale omogeneità è favorita dalle perfette divise che indossano, di norma superano nettamente i partigiani per armamento e per tattica, costituiscono in definitiva una forza compatta e sono un vero esercito al quale si oppongono inutilmente i partigiani nel corso degli scontri diretti. A causa della forza distruttiva che in genere lo contraddistingue, il nemico viene spesso paragonato ad un evento naturale e l'autore ricorre di sovente a metafore che riconducono al mondo animale per delinearne la terribile potenza o metterne in luce il senso di schifo che gli procurano. Così appaiono a Johnny i primi fascisti nel corso di uno scontro armato all'uscita da un valloncello: "Vi fiorivano gli elmetti fascisti, come una fungaia spontanea e stereoscopica".(27) E durante la prima fuga, dopo l'imboscata dove muore Tito, sono sempre gli elmetti l'elemento distintivo attraverso il quale i fascisti si manifestano al protagonista nascosto in un rittano: "Tra i rami colpiva sopratutto e soltanto la materia verde lustra dei loro elmetti, speciosa e ributtante come un consolidato manto di insettacci, e un sommesso, quasi giocoso borbottio di ricercanti voci emiliane".(28) Si tratta di un citazione esemplare, ideale per comprendere il grado di abbassamento (la riduzione ad insetti dei fascisti) operato dall'autore nei confronti del nemico, che incute spavento, diventando ributtante; è forse un modo per esorcizzare lo smarrimento e la paura di chi rischia di trovarsi da un istante all'altro in balìa del proprio carnefice. Maestosa ed apocalittica nel suo manifestarsi è l'apparizione dei fascisti che paiono generati dai cespugli dell'altopiano delle Chiagge della Pedaggera:

"Uno stuolo di uomini sorse dai riparanti cespugli, come centauri erborei. Vestivano divise tedesche nuove di zecca, ma dainty ed arrangiate come non succedeva di vedere ai tedeschi indosso, e italiani erano i loro capelli fluenti dagli elmetti calettanti, e italiani gli occhi rilucenti e le dentature splendido digrignate, ed in lingua italiana ora insultavano e reclamavano la resa".(29)

In questo caso la terribile manifestazione del nemico viene registrata in maniera leggermente differenziata: i fascisti da insetti si trasformano in metaforiche creature mitologiche prodotte dal sottobosco e lo stupore nei partigiani è aumentato dall'effetto straniante in loro provocato dalla visione di divise tedesche indossate da italiani. Martellante si rivela poi la locuzione e italiani, iterazione ritmata per sottolineare l'italianità di questi tremendi guerrieri, che stanno distribuendo la morte ai partigiani. In queste espressioni è perfettamente esemplificata la tragedia di una guerra che vede schierati su fronti contrapposti combattenti della stessa nazionalità.

Partigiani badogliani: rastrellamenti e cattura

L'arrivo del partigiano Johnny tra le fila dei badogliani è segnato dall'incontro rivelatore con il comandante della II Divisione Militare Autonoma Langhe, nome di battaglia Nord. Al protagonista era già giunta notizia del suo indiscusso primato, dovuto all'ascendente fisico e "nell'approssimarsi alla linea delle torve, volgari ed altezzose guardie del corpo"(30) è pronto "a riceversi una notevole impressione appunto fisica".(31) Ed è singolare come di fronte a Nord, Johnny debba ammetterne la superiore bellezza:

"L'uomo era così bello quale mai misura di bellezza aveva gratificato la virilità, ed era così maschio come mai la bellezza aveva tollerato di essere così maschia. Il suo aquilino profilo aveva quella giusta dose di sofficità da non renderlo aquilino [...]. L'aurea porzione del suo fisico si manifestava fin sotto la splendida uniforme, nella perfezione strutturale rivestita di giusta carne e muscolo. I suoi occhi erano azzurri (incredibile compimento di tutti i requisiti!), penetranti ma anche leggeri, svelanti come mai Nord prevaricasse col suo intenzionale fisico, la sua bocca pronta al più disarmato e meno ermetico dei sorrisi e risi; parlava con una piacevole voce decisamente maschile, mai sforzata".(32)

È probabile segno della difficoltà di riuscire a fornire degli elementi precisi e certi nella messa a fuoco della straordinaria bellezza di Nord, la ripetizione dei termini bellezza e bello e dell'aggettivo maschio, abilmente variato all'inizio della citazione. Poi si delineano alcune caratteristiche più definite come l'aquilino profilo, segnato da un potenza espressiva enorme, perché era quel profilo che "quando scattò, later on, su un fondo oscuro, davanti a una triade di prigionieri fascisti, tutt'e tre crollarono ai piedi di Nord, in un parossismo di sgomento e di ammirazione".(33) Oltre alla perfetta armonia delle forme, gli occhi azzurri rappresentano la chiave di volta per la comprensione della sconfinata influenza della componente fisiognomica nella connotazione di Nord. E non a caso la voce (naturalmente decisamente maschile) viene alla fine dell'elenco delle più importanti caratteristiche fisiche, in quanto la comunicazione per Nord passa essenzialmente attraverso il pieno utilizzo del codificato potenziale espressivo del proprio corpo. Infatti al termine del colloquio con Nord, Johnny imparò presto il taciuto senso di Nord,(34) che quando si esprime a parole parla spesso cripticamente.

Si ritorna invece alla normalità nell'approccio fisiognomico, quando Johnny conosce l'ex-tenente dell'aereonautica Pierre, di stanza al presidio di Mango di cui diviene comandante in seconda. Pierre su un fisico minuto ed asciutto, leggermente elettrizzato, innestava una irriproducibile faccia di moschettiere guascone riportata in normalità da due azzurri, mansueti, cristiani occhi azzurri. I suoi capelli tendevano al rossiccio, e tutti arricciati con quella minuta densità che Johnny aveva sempre malsopportato, ma che amò sul capo di Pierre. [...] Era un fenomenale competente di armi e tiro, un eccellente sparatore, un combattente sobrio e freddo, di tutto riposo.(35) Ora la descrizione fisiognomica perde quel grado di ineffabilità, incontrato nel tentativo di esprimere l'assoluto aspetto di Nord, e ritorna nei parametri fenogliani rappresentativi più consueti, scanditi da note ironiche ed esasperate che contribuiscono a smitizzare in partenza le doti oggettive della persona indicata. A ciò contribuisce certamente la resa del volto che è trasformato in una irriproducibile faccia ed i capelli rossicci ed arricciati, che uniti al fisico minuto ed elettrizzato riducono il comandante Pierre ad una sorta di vivace monello, che ricorda il piccolo Lazaro del Lazarillo de Tormes o Pin, il protagonista del primo romanzo di Italo Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno), entrambi accomunati dalle medesime caratteristiche fisiche. In quest'ottica sono state abilmente posticipate le qualità militari di Pierre, apparentemente uno degli elementi più importanti nell'economia di un'opera dedicata alla Resistenza, e questa scelta si rivela indicativa della volontà dell'autore di seguire un percorso originale nel difficile racconto di quegli eventi.

* * *

La temporanea liberazione della città di Alba (10 ottobre - 3 novembre 1944) da parte delle forze partigiane congiunte, che operavano nelle Langhe, rappresentò il momento di massima esaltazione, prima della terribile depressione a seguito del grande sbandamento del dicembre successivo. Ma ancora nel mese di novembre la prima imponente reazione nazifascista nei confronti della I Divisione Autonoma agli ordini del comandante Mauri stabilì il crollo del sistema dei presidi su tutte le Langhe. I placidi borghi di collina sono percorsi da migliaia di soldati - tedeschi e repubblichini - dotati di armamento pesante e l'intera zona è impietosamente setacciata. Lo scenario apocalittico che il poggio dirimpetto il paese di Castino offre ai partigiani è a dir poco raggelante.(36) La visione della scena li riduce in uno stato di ipnosi: "Il nuovo spettacolo li riipnotizzò, lasciandoli con braccia ed armi pendule, a bocca semiaperta ed un gelo rugiadoso sulle tempie".(37) L'attimo di smarrimento è fatale, in quanto un'inaspettata avanguardia tedesca li coglie di sorpresa, rafficandoli, al punto che furono centrifugati e sbattuti lontano, tutti con nere fasce sugli occhi.(38) Nella grande fuga che lo impegnerà per tre giorni - tanto durò il rastrellamento - Johnny rimane in compagnia dei fidati compagni Pierre ed Ettore e di un atterrito partigiano ragazzino che rappresenta per loro solo un intralcio. Finché "una stregata radura, con uno streghesco ultimo gioco di luce"(39) - degna atmosfera per un'apparizione ai limiti dell'umano - non li fa imbattere in un altro partigiano in rapida fuga:

"La terra fontanellò e i rami crocchiarono sotto quei colpi numerosi e prossimi, ed un attimo dopo un uomo, un partigiano, volò abbasso, a capofitto, sfrecciando nella loro direzione, appena sfiorando la terra, del tutto senza peso ed aereizzato, il suo braccio carico d'un fucile come un'ala".(40)

Il personaggio letteralmente materializzatosi come una bolla d'aria - ed il nome Blister (vescica) confermerà di lì a poco quest'impressione(41) - è un partigiano anziano, ha più di quarant'anni e sta fuggendo ad una sventagliata di mitra lungo il pendio per il quale gli altri risalivano silenziosamente. L'uomo è ridotto ad un fuggente volatile notturno, leggero e senza peso. Unico elemento per identificarlo nell'oscurità è la voce, "una voce grommosa, come reumatica, che gli tradiva un'età nettamente superiore alla media partigiana, ed una voce umorosa".(42) All'indomani, nel tetro risveglio di una giornata irta di pericoli, Blister emerge agli occhi di Johnny in tutta la sua esile persona: "Era al di là dei quarant'anni, certamente e la levità era la sua principale caratteristica, dalla capigliatura rada ed esagitata fino alle scheletriche gambette, la loro magrezza magnificata dalle ridondanti brache da cavalleria [...] Indossava un giubbetto incerato, molto abbondante rispetto al suo povero torace, cinto soltanto da una bandoliera".(43) A questo punto i quattro partigiani escono dal bosco nella tenue luce dell'alba, per raggiungere lo spartiacque Belbo-Bormida. Dal crinale scorgono le colonne nazifasciste che stanno risalendo i versanti collinari per ricongiungersi proprio là, dove ora loro si trovano. Johnny indica ai compagni uno stretto vallone,(44) dove possono trovare una via di fuga, "perché hanno un sacro terrore dei rittani, - disse Johnny[...]".(45) Per i quattro fuggiaschi inizia una vera e propria discesa agli inferi,(46) che termina con lo sbocco del rittano in una radura prossima ad una fattoria, dalla quale si spandeva il loro indefinito ronzare.(47) Non a caso il loro prossimo incontro è con un personaggio al di fuori della norma, tipico abitante di questa porzione di Langa, tramutatasi in una sorta di bolgia dantesca: "Occhieggiarono oltre il ripiano, ed un uomo veniva alla loro volta, tenendo e oscillando un secchione: ed era un ilota, con faccia e movimenti animali e comici, parlando a se stesso con un mugghio alto e sordo, in buonumore".(48) L'apparizione dell'idiota,(49) scorto come una sorta di bovino umano e contraddistinto da una animalesca bonarietà, contrasta con l'atmosfera gravida di sospensione. Ma il servitore ebete rischia di mettere a repentaglio la vita dei partigiani:

"E Johnny bestemmiò al suo avvento e tremò davanti a quella faccia d'idiota, e il suo trampling e il suo incoerente muggire. Ed egli, ad onta del loro coprirsi, li vide e i suoi bruti occhi scintillarono e lampeggiarono come mai gli occhi di Leonardo. E rumorosamente abbandonò a terra il secchione, bofonchiò, poi prese a ballare e a sventar le braccia, mentre essi quattro gli accennavano carezzevolmente come a un amato cane malfacente. Ma la sua voce idiotica crebbe a sonorità e comprensibilità. - Partigiani. Voi siete partigiani. Qui ci sono partigiani. Ora vado a chiamare i cappelli di ferro. I cappelli di ferro verranno quaggiù e vi ammazzano lì -".(50)

Il volto del servitore si illumina per un istante di un diabolico lampo di genio - quanto mai paradossale il paragone con gli occhi di Leonardo -, quando si accorge della presenza dei partigiani nel rittano. A nulla servono i loro accenni carezzevoli per placare la sua canina irrequietezza. L'unica componente umana - la voce che finalmente si articola in modo comprensibile - suona come una fanciullesca condanna, in quel partigiani ripetuto tre volte e subito seguito dalla chiara metafora per indicare i fascisti. Solo l'intervento del vecchio contadino del casale, che riesce a contenere le intemperanze del novello Cerbero,(51) evita il peggio.

Entrambi i personaggi incontrati durante la fuga per colline e rittani tra i battaglioni incalzanti di tedeschi e fascisti si trasformano in maschere deformate: Blister,(52) il partigiano vecchio e solo, puro ingombro per i ventenni combattenti,(53) ridotto ad uccello di malaugurio, che li condurrà - trasfigurato dalla fame - fino alla Cascina della Langa, dove sono in agguato i tedeschi; il bovino servitore idiota, quasi mutato in un pericoloso ed inconsapevole segugio, destinato a stanarli, per consegnarli ai fascisti in allegra ricreazione. Si tratta di due apparizioni degne dell'atmosfera da incubo, che avvolge il terzetto durante la lunga marcia verso la salvezza, oltre il Tanaro. A chiudere definitivamente la scena è un altro personaggio, che si farà carico del ritorno dei tre partigiani tra le colline delle Langhe. Infatti il barcaiolo che li riporterà al di là del fiume si erge tra la bruma del mattino come un san Cristoforo: "Era un vero e proprio gigante, vestito di pochissimi ma grevi pezzi, facendo frullare e scorrere il greve cavo con due dita e boccava nella ricettiva aria cruda vapori di vino ed aglio".(54)

In PJ1 il protagonista riuscirà rocambolescamente a fuggire a ben tre rastrellamenti, organizzati su vasta scala dalle forze nazifasciste, di conseguenza non abbiamo un resoconto diretto di quel che poteva significare la cattura e la permanenza nelle prigioni fasciste in attesa del giudizio di certa condanna. Potrebbe pertanto sembrare che Johnny fosse segnato da un'eroica patina d'imprendibilità,(55) anche quando al termine del 1944 Pierre si ritirerà - ammalato - nell'abitazione della fidanzata ed Ettore sarà catturato in una mattina di nebbia alla Cascina della Langa ed il nostro affronterà una spia fascista, uccidendola.

Per avere dei riscontri più precisi su cosa significasse essere catturati dal nemico è necessario abbandonare PJ1 per entrare nell'atmosfera più cupa dei Racconti della guerra civile, nei quali si rimane nel medesimo contesto della lotta partigiana. In questo caso Fenoglio ha predisposto dei frammenti monografici destinati a mettere a fuoco singoli episodi, spesso i più drammatici della vita partigiana. Così è interessante notare come nel racconto Un altro muro, fin da principio la componente patognomica faccia impietosamente capolino ai danni del protagonista.

"Quando il maggiore gli disse che era condannato a morte, a Max le natiche gli si misero a dilatarsi e restringersi, ritmicamente come un cuore, senza che lui potesse farci niente".(56)

È incontrollabile e vergognosa la reazione fisica manifestata dal corpo del partigiano ed è l'unica risposta possibile all'estremo giudizio pronunciato dal maggiore fascista. Subito dopo un fremito di terrore lo attraversa da capo a piedi, ma continua irriverente il pulsare delle natiche, di cui forse si è accorto anche l'ufficiale che gli sta alle spalle.(57) È difficile pensare ad una mimesi più precisa, circostanziata ed invereconda, che possa tradurre lo stato d'animo e le reazioni psicosomatiche di chi abbia appena sentito pronunciare la propria condanna a morte. Ed almeno in un'altra occasione ritorna il medesimo riferimento all'incontrollato movimento delle natiche, nel racconto Golia, dove protagonista è un gigantesco e docile prigioniero tedesco in mano ai partigiani. Caduto il partigiano Tarzan in uno scontro a fuoco, il tedesco Fritz, preso prigioniero, teme che la vendetta dei partigiani ricada su di lui: "d'improvviso quel suo svettare lo spaventò, così era impossibile non esser visto e additato. Si curvò, già le ginocchia gli tremavano come ai cavalli e le natiche gli pulsavano come un cuore".(58) In tale contesto è evidente che il particolare patognomico contrasta sensibilmente con l'incredibile mole del protagonista, creando un effetto tragicomico.

Però si incontrerà l'apice del dramma di una morte - subìta da un partigiano con un'incredibile violenza - nei fenogliani Frammenti di romanzo. Il partigiano Jack, catturato illeso, dopo un combattimento, perché svenuto a causa dell'onda d'urto di un colpo di mortaio, viene picchiato e subito inquadrato per l'aspetto assunto come il peggiore dei criminali. Agli insulti della guardia fascista - "tu, hai una faccia da carogna, tu".(59) - Jack non risponde, ma l'altro incalza: - E' inutile che chini la testa. Non si nasconde. Tu hai una tale faccia da carogna, hai degli occhi da jena. Tu devi averne fatte, eh?.(60) La risposta del partigiano(61) spinge il soldato ad un lungo atto d'accusa contro i "ribelli":

"È inutile che parli come un buon cristiano. A me non la dai a bere. Tu sei una bestia feroce e vigliacca, tu sei un delinquente perfetto. [...] Qui si tratta solo più di essere uomini o belve. E tu sei una belva, e se neghi io ti spacco il cranio contro il muro. Perché ce l'hai scritto in faccia. E i tuoi compagni, se fossero quei santi, quegli angeli, quei liberatori che la gente dice e crede che siete, avrebbero già dovuto fucilarti essi stessi. Te e i molti che somigliano a te".(62)

La lettura del volto del partigiano è naturalmente sfalsata dal cambiamento dei connotati a seguito del cruento ed immediato pestaggio - subìto appena dopo la cattura - e dalla acrimonia della visione di parte del fascista, che per altro non dubita un istante delle proprie affermazioni, in quanto lui stesso conferma "sapessi come io ti vedo bene".(63) Da questo involucro di animalità, proprio come dal forte odore della morte, Jack non riuscirà più a liberarsi. Infatti i pugni distruttivi del sergente che lo interroga lo tortureranno e lo deformeranno, anche se Jack tenta di salvarsi, rivelando al tenente Goti l'agguato che un altro partigiano gli ha preparato per l'indomani. Al mattino Jack è ridotto ad un sacco inerte, che le due sentinelle trascineranno fino al bordo del cimitero per l'esecuzione ufficiale.(64) Nel crudo realismo e nell'apparente distacco con cui l'autore racconta il tragico epilogo della cattura del partigiano Jack è evidente la scelta di Fenoglio di servirsi della completa gamma di possibilità fornite dal linguaggio di un corpo, trasfigurato dalla tortura. Per le due sentinelle che fanno capolino nella stanza dove si è svolto l'interrogatorio "Jack ora giaceva perfettamente immobile, salvo per le mani che brancicavano nel suo stesso sporco".(65)

I pugni mortali del sergente torturatore verificano le conseguenze della loro bestiale violenza nelle mani che si muovono solo di riflesso del partigiano Jack agonizzante: un'estrema conferma dell'alone mortifero attribuito da Fenoglio alla messa in evidenza delle mani dei protagonisti.

* * *

Si sono così constatate alcune delle modalità di utilizzo delle componenti fisiognomiche e patognomiche, impiegate da Fenoglio nella caratterizzazione degli interpreti di alcune sue opere dedicate alla Resistenza sulle Langhe. Si è anche notato come la tecnica adottata dall'autore nel grado di connotazione di protagonisti ed antagonisti si collochi all'interno di un preciso bipolarismo descrittivo, in base al quale le componenti morfologiche del fisico umano - una volta selezionate - risultano sempre spinte all'estremo: al massimo grado di esasperazione iperbolica o al minimo grado di abbassamento. È difficile trovare la gradazione intermedia e non si creda che l'autore abbia attenuato questa sorta di violenza descrittiva nell'affrontare il filone narrativo dedicato alla vita rurale delle Langhe. Si è visto poi come il linguaggio usato dallo scrittore sia stato adattato a tali esigenze di rappresentazione: ricco di neologismi, anglismi e contraddistinto da una sintassi assolutamente originale. Probabilmente questo processo rientra in un meccanismo ideato dallo scrittore nel tentativo appena iniziato e non compiuto di creare una scrittura adatta alla mimesi di una realtà particolare, in cui si riflette un universo decisamente più vasto, che va ben al di là delle Langhe.

In quest'ottica la proposizione al Festival del Cinema di Venezia del film Porzus, dedicato alla ricostruzione del tragico eccidio di partigiani della Divisione Osoppo - compiuto a Malga Porzus da partigiani di una contermine Brigata comunista - risulta di più rapida comprensione, nel senso che pure alla luce delle precedenti considerazioni riuscirà più immediata la lettura dell'esasperazione ideologica e della deformazione delle strategie di azione che portarono al massacro di combattenti impegnati sullo stesso fronte, contro un nemico comune. Pertanto la prospettiva letteraria di Beppe Fenoglio - riemersa dai cassetti della sua abitazione di Alba - viene oggi ad essere di estrema attualità. Si vedrà in breve tempo se la recentissima realizzazione cinematografica ispirata al partigiano Johnny (inverno/primavera 2000), naturalmente girata sulle Langhe, amate fino all'ultimo dall'autore, sarà davvero all'altezza dell'incompiuta opera fenogliana.

Da leggere

• Tutta l'opera di Fenoglio è disponibile in B. Fenoglio, Opere, edizione critica diretta da M. Corti, Torino, Einaudi, 1978.

• Per uno sguardo storico complessivo sulla Resistenza si veda: R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1964.

• Per comprendere il clima culturale degli anni in cui fu pensato e scritto Il partigiano Johnny è da leggere di I. Calvino la Prefazione 1964 al Sentiero dei nidi di ragno, ora in I. Calvino, Romanzi e racconti, I, Milano, Mondadori, 1991.

• Per capire i luoghi della resistenza di Beppe Fenoglio si veda il servizio Le Langhe di Beppe Fenoglio in "ALP" 104 (1993), pp. 62-76; si consideri anche il numero speciale di "ALP", La Resistenza sulle Alpi: contributi e testimonianze di guerra partigiana, 119 (1995).

• Per assaporare il massimo grado di smitizzazione partigiana si legga: L. Meneghello, I piccoli maestri, con introduzione di M. Corti, Milano, Mondadori, 1986.

giugno 2000